La figura della donna è sempre più al centro del dibattito politico e morale dell’Italia dei nostri giorni. E per reagire ad una classe dirigente che va veicolando un’immagine di donna concubina ed effimero strumento di diletto, la piazza ha risposto lo scorso 13 febbraio con una fiumana di gente, di ogni ideologia, colore politico, sesso ed età, che in ogni città della penisola ha sfilato per gridare il proprio dissenso.

E allora è partendo dalle donne, e da due donne in particolare, che mi sembra giusto dare il via ad una rubrica che voglia occuparsi di letteratura calabrese, di quella parte poco conosciuta di produzione artistica del nostro paese, che, tuttavia, sa essere originale, e stupire chi le si avvicina.

La prima è Angela Bubba, autrice de La casa (Elliot editore, 2009), una giovane scrittrice che ha all’attivo già una lunga serie di riconoscimenti, e che con il suo primo romanzo è volata nella rosa dei finalisti del Premio Strega.

Angela Bubba è una ragazza e un’autrice che sta in piedi sulle spalle dei giganti, e che dimostra con la sua scrittura di aver assimilato tanta letteratura prima di cimentarsi con la narrativa. Nella Petronà in cui sono rievocate, attraverso le vicende della famiglia Manfredi, le storie della famiglia della scrittrice, raccontate e raccolte dalle parole della nonna, la Bubba imbastisce una saga familiare, condita da una lingua che mescola realtà e finzione, italiano letterario e moderno, giochi lessicali e trovate di un limpido realismo. Ne viene fuori una storia quasi epica, dove la donna ricopre il suo ruolo tradizionale di perno e fondamento della famiglia e l’uomo sembra comparire sulla scena sempre un po’ in sordina. Tra matrimoni, morti, scene consumate tra le mura domestiche -soprattutto quelle di una cucina intrisa di profumi-, liti e momenti di tenerezza, ne viene fuori il ritratto di una famiglia e di un paese fuori dal tempo, atavici e carnali, così lontani dai nostri giorni e, tuttavia, così vicini a qualsiasi calabrese ne legga.

La seconda scrittrice è Rosella Postorino, originaria di Reggio Calabria, cresciuta in un paese di mare della provincia di Imperia, vive e lavora a Roma. Autrice di diversi racconti, di un pièce teatrale su commissione del Napoli Teatro Festival, già nota con il romanzo La stanza di sopra ( Neri Pozza 2007), ha pubblicato nel 2009 il romanzo L’estate che perdemmo Dio ( Einaudi Stile Libero). Il libro è sempre la storia di una famiglia, vissuta attraverso gli occhi della protagonista, la piccola Caterina, ma stavolta si parla di ‘ndrangheta. Senza che il problema venga mai esplicitamente nominato tra le pagine del libro, è la malavita a muovere i fili di tutta la vicenda. “Chi focu chi ‘ndi vinni”: con queste parole si apre il libro, e queste stesse parole percorrono la nuova vita che Caterina e la sua famiglia sono costretti a iniziare, scappando al nord e reinventando i propri giorni. La frase pronunciata da zia Nuccia è definitiva come una condanna, contiene l’inizio e la fine del mondo. È la presa di coscienza dell’inizio della tragedia, un marchio a fuoco per l’intera famiglia.

La scrittrice ricostruisce la storia come a ricomporre, tessera dopo tessera, un mosaico fatto di ricordi e racconti filtrati attraverso gli occhi di una bambina che deve ricominciare tutto da capo, e sperimentare di nuovo il suo primo giorno di scuola in quarta elementare. Caterina osserva e racconta, racconta il viaggio, racconta i giorni a Naca Marina, racconta della sorella piccola, della madre, del padre che si sente straniero lontano da casa, dei cugini, figli di ‘ndranghetista e destinati al lutto, della famiglia intera. Di una terra “che sembrava partorire il male come il figlio di uno stupro”.

Il racconto asciutto e secco della Postorino restituisce una realtà conosciuta e amara, la ‘ndrangheta, da un punto di vista nuovo, quello delle famiglie che ne subiscono il peso, che si rassegnano alla connivenza e ne pagano le conseguenze.

Tradizione e denuncia, racconti ancestrali e modernità dolorosa: la Bubba e la Postorino rappresentano, ciascuna a suo modo, le voci e i volti di una regione che continua a raccontare e si lascia raccontare. I loro sono esempi brillanti di una femminilità creativa e potente, di una femminilità che in questi giorni rivendica se stessa, e risponde con orgoglio a chi ne sa fare solo merce.


Post comment

Menù

AdSense



Video

Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - 2010

Un treno per Catanzaro


Un treno per Catanzaro

Sondaggio

La riforma Gelmini migliorerà il sistema della formazione in Italia?

View Results

Loading ... Loading ...