Padre, lascia il timone e corri a vedere il mare.

Lascia o te lo strappo di mano,

finiamo alla deriva,

laggiù su quell’isoletta vicina dove pare che il tempo si fermi

ma la vita non si allunghi.

Non insistere Padre,

ti prego non insistere,

non siamo in quella specie di lago che tu chiamavi mare.

Dove l’ancora non scendeva oltre tre metri

e conoscevi i tuoi quattro capitani

e la luna si mostrava a pezzi,

coperta dalle cime di colline

e nuvole lontane, sempre uguali.

Padre tu non conosci questo mare,

lo chiami con un altro nome

e lui ti risponde tempesta.

Diversi i venti e le tramontane,

ho imparato a sentirli chiudendoti in stiva

e a riconoscerli tappandoti gli occhi.

La stella del Nord mi tracciava la via

e tu mi giravi la barca mentre io dormivo.

Non ti capisco Padre!

Non ti capisco fin dai giorni del lago.

Dove non hai mai saputo su che lato costruire la nostra casa,

dove trascorrere la mattina e la sera,

quale pezzo di terra coltivare.

Non ci è rimasta che una barca da condividere

e continui a fare storie su dove andare.

Ho capito ormai Padre mio;

tu vai per non andare,

sembri nato per morire nel mezzo del tuo lago,

del tuo lago che ancora chiami mare.

Dove la luna non la vedi,

dove non c’è neanche un porto

e una luce di notte.

Se solo smettessi di lamentarti

tu e i tuoi quattro capitani…

Smetterò di ascoltarti

con lo sguardo e la mente fissi all’orizzonte.

Solo cerco una terra

e muto attendo

un tuo riconoscente

abbraccio.


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