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Lo diceva benissimo Aldo Grasso sul Corriere della Sera di qualche settimana addietro. Avete mai visto tutte queste e seguite trasmissioni di bambini di 9-10 anni, alti due braccia e movenze e vestiti da soubrettes, portati su un palco dalla Clerici, mamma d'Italia di turno, per cantare le canzoni dei loro padri e dei loro nonni. Magari alternando qualche espressione alla Celentano o alla Morandi e guadagnandosi l'applauso di un pubblico ammaliato ed eccitato. Insomma. Uno spettacolo ridicolo e degno di commiserazione. Pero, e il pero è lecito, dietro tutto questo si scopre un'immagine chiara, ben definita, l'immagine di nuove generazioni imburattinate dai loro padri e dei loro nonni e costrette a cantare le loro canzoni, con i loro vestiti e i loro stili. Cosa tutto cio se non un potenziale simbolo, una avvincente metafora della realtà italiana dove adolescenti, ventenni e trentenni sono da considerare come l'ostaggio culturale e politico dei loro genitori.
Se ne possono fare di esempi e di immagini che provano questo, tanti da averne quasi il mal di testa. Si pensi al lavoro, al solo e semplice mondo del lavoro. Siamo noi a pagare il costo sociale della sicurezza dei nostri padri. La nostra instabilità e riduzione a precari vitalizi contro le loro certezze di lavoro indeterminato e pensione. Organizzazioni sindacali che parlano e discutono di tutto fuorchè di come azionare meccanismi di ingresso nel mondo del lavoro, ossia di come rappresentare laureati e professionisti alle prime armi. Per i sindacati noi non contiamo perchè non fornimamo ne tessere di iscrizione, ne voti interni. E poichè non contiamo, essi non hanno alcun interesse ad occuparsi dei nostri problemi.
E che dire ancora dell'organizzazione del lavoro che purtroppo privilegia per larga parte le carriere fondate sull'anzianità, la promozione a ruoli di guida e di responsabilità di persone che non hanno né la mente fresca e né le conoscenze e gli aggiornamenti necessari per comprendere e affrontare le sfide del mondo del terzo millennio. Ai giovani appena arrivati, in qualsiasi tipo di impresa, pubblica o privata, si chiede spesso di pazientare, di aspettare, di osservare e apprendere con estrema e logorante pazienza. Un mondo carnevalesco, al contrario, quello che questa italia e particolarmente questa Calabria stanno costruendo, dove non si ha la percezione che il mondo degli ultimi dieci anni viaggia a velocità spaventosa e l'unica vera occasione di promuovere valore è quella di costruire modelli e sistemi che affidino responsabilità proprio ai più giovani e meritevoli. Ai giovani che conoscono le nuove tecnologie, che comprendono il feeling del nuovo pubblico e che hanno girato e visto come funzionano altre società e altri mondi.
La politica naturalmente non fa che riprodurre e rispondere con rigida puntualità a questo modello di rapimento legalizzato. Ci hanno abituato a credere che i candidati migliori siano quelli dai 55 anni in su, che chi ha atteso 30 anni nella polvere delle segreterie, ai piedi di chi governava meriti solo per questo di fare il segretario o l'amministratore. Promettendo di garantire la tradizione e i valori dell'elettorato. D'altronde non possiamo neppure ignorare che la società invecchia, l'elettorato invecchia (si calcola che in Europa gli over 65 raggiungeranno un terzo della popolazione entro il 2050) e più il tempo passa più valori di conservazione e opposizione all'innovazione rischiano di trovare più ampie legittimazioni democratiche.
In tutto questo, credo, risieda la progressiva morte della società italiana e della comunità italiana. La società invecchia nel cuore e nella mente e soprattutto i nostri genitori, forti delle loro posizioni di potere, hanno chiesto a noi e solo a noi di vivere le sfide del nuovo mondo. Loro non si sono messi in discussione, arrocandosi sulle loro torri, sul loro protagonismo narcisistico e distruttivo. Società del Nord tutto questo lo hanno capito. Lo ha capito la politica nordeuropea che a 50 anni leva il disturbo, che affida responsabilità a 30enni e quarantenni anche sconosciuti ma bravi e coraggiosi. Lo hanno capito organizzazioni amministrative quali quelle europee che stanno vivacemente sollecitando alla pensione i 50-60 enni perchè li hanno riconosciuti come un limite alle prospettive e alla qualità dei risultati amministrativi e vogliono rimpiazzarli. Da noi tutto questo sembra un arabo e direi un arabo neppure facilmente traducibile. Sembra temerario e inconcepibile proporre una società di apertura al nuovo, dove le generazioni collaborano ed entrambe si mettono in gioco. Sembra impossibile vedere vecchi segretari di partito fare passi indietro, imporre trentenni brillanti, uscire dalla logica del notabilato e della polvere. Non sembra esserci nulla di fare e il problema è che siamo lontani sempre più irrimediabilmente dallo sviluppo, dal progresso, dal resto dell'Europa. E' un sistema senza troppe speranze. Morente, lacerato dalla metastasi del narcisismo e protagonismo irresponsabile dei genitori. Avremmo fatto a meno dei loro soldi per mandarci a studiare fuori Calabria, avremmo fatto a meno dei loro sussidi alla nostra disocuppazione, avremmo fatto meno anche della loro ospitalità. Oggi in questa Italia stanca e vecchia, la quale pensa che tutto potrebbe andare solo peggio e mai meglio, tutto cio non sembra che perfida elemosina.



  

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