A me le opposizioni fanno spesso ridere più delle maggioranze. Le opposizioni sanno essere più ridicole, perché non hanno poteri tra le mani, soldi da gestire, consenso da conservare e le loro parole possono scorrere più fluidi, incontrollabili cosi come la loro arroganza e supponenza. Con tristezza devo ammettere che non ne posso più delle morali, dei sorrisi di evidente superiorità, delle campagne contro il diavolo unico, del “meglio noi al peggio”. L’Italia si sta riempiendo anche di questo. Ben venga andare da soli o con le alleanze, ben vengano i programmi e i rinnovamenti, ma basta parlare di alleanze contro il Diavolo. Le alleanze contro il diavolo e contro tutti i diavoli della terra non servono. Anzi più passano i giorni e più fanno pena. Cosi fanno pena tutte quelle esistenze che si proclamano ai confini del buio, alle porte dell’inferno, alla soglia del burrone. Di quelle esistenze che vivono proprio perché esiste un inferno e un buio e un burrone se no non vivrebbero, e neppure avrebbero senso. Non è solo uno stato della politica, ma troppo spesso uno stato della gente e uno stato diffuso della mente. Rintanati nella prudenza e nell’attesa, osservatori costanti degli errori altrui, vittoriosi sui caduti mai toccati o sfiorati. Proclamati i migliori perché il peggiore ha fallito. O perché issati da una morale comune che sa qualche volta cambiare ma troppo poco scegliere.

Sempre minore nel seno della società civile, di partiti e istituzioni è l’atteggiamento del guardare a se stessi, prima di guardare agli altri ed al mondo. Di capire come essere utili e perché si può essere utili nell’approcciare ogni momento della propria vita e del proprio operare quotidiano. Sono adatto al lavoro che faccio? Perché aspiro a quella posizione? Come posso fare meglio? Come può funzionare meglio l’ambiente in cui vivo?  Se dovessi definirla con una parola, direi che esiste un’assenza diffusa non di altruismo, non di buona volontà, non di disponibilità ma di un concetto a mio dire ancora più importante. Direi che nel mio paese c’è sempre meno onestà. Onestà con se stessi e con gli altri. Qualcosa che significa assieme altruismo, riconoscimento, verità… qualcosa che significa compiutamente società. Una società a onestà diffusa è certamente più efficiente e dinamica. Ricerca meno alibi, crede nei processi creativi, tende a riconoscere i meriti e promuovere i talenti migliori. Per questo, porta ciascun individuo a migliorarsi, sviluppa una morale diffusa di competenza e lavoro e soprattutto tende al risultato piuttosto che impantanarsi in uno scontro frontale e sordo tra parti e persone.

 Forse la società della comunicazione non ha giovato alla situazione. Con essa conta più il messaggio che la realtà vera. I problemi non devono mai esistere, i problemi si risolvono all’oscuro, e quando escono allo scoperto meglio frasi ad effetto che processi risolutivi. Complessità e semplicità sono state sostituite da confusione e facilità. Tutti possono far tutto, e tutti possono fare la stessa cosa. E non c’è rischio di sputtanamento, perché grande è la confusione e la distanza. Non c’è spazio per la vergogna, né per l’errore. Si teme più di essere deboli, di tentennare, di farsi passare il tempo a pensare. C’è la paura di fermarsi.

 Non mi attendo per questo molto da questo scorcio di storia italiana. Mi sembra una guerra e un confrontarsi tra persone e schieramenti che hanno, in fondo, la medesima cultura politica e il medesimo agire, che giocano nell’ambito delle stesse regole e degli stessi schemi. E dove la gente, questo è ancora peggio, risponde e reagisce (perché cosi abituata a fare) troppo spesso secondo questi segnali, e queste regole e questa cultura politica.

 In questo Paese, dove inevitabilmente finisce e inevitabilmente comincia ciò che è sempre stato. E dove la società finisce sempre alle porte della propria piccola dimora.


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