Dal confine si sentono molte urla. Tutta confuse, come tanti strumenti impazziti che suonano in mille differenti tonalità. Poi le urla si placano. E torna dominante l’eterno rimbombo, basso, secco, legnoso. Sono voci di morti quelle che sentiamo. In un canto malinconico e caduco, che non conosce pausa, potrebbe durare durare da uno o mille anni, per quanto è piatto ed eguale.

Inutile dire che la politica italiana di queste ultime ore intona le stesse note d’uno stesso triste spartito che sembra non conoscere nè un inizio né una fine, eterno e senza anima alcuna. Piango a chi licenzia con arroganza un chiaro delinquente che non si dimette. Piango a chi si astiene per tattica. Piango ai grandi vecchi e nuovi centri. Piango a chi propone governi tecnici. Piango ai moralisti che nulla hanno a che fare nè con la politica né con qualsivoglia morale.
Piango all’immagine tutta di questo paese. In un ottimo passaggio l’Economist della scorsa settimana, parlando dell’evanescente politica estera italiana nell’ambito dell’Unione Europea, riprendeva l’osservazione di Tommaso Padoa Schioppa, secondo cui in Italia tutto si traduce nella politics, mancando l’alternanza logica tra politics e policy, propria dei Paesi normali. Per chi non mastica questi termini britannici, Padoa Schioppa intendeva giustamente dire che in Italia ogni fase delle legislatura è segnata da un contrasto asfittico e sordo tra parti. Non si arriva mai a definire una linea deliberativa e decisionale, scevra da condizionamenti di parte, non si arriva a identificare un interesse nazionale condiviso e dei bisogni comuni da soddisfare. Il giusto e l’ingiusto coincidono con le parti che lo propongono e cosi il morale e l’immorale.

Ma se tutto questo è vero ed è un indubitabile cancro del nostro sistema, io credo che il vero male del paese sia ancora altro e oltre. Il problema è che la politics definita da Padoa Schioppa si mescola con un livello culturalmente medio-basso della classe dirigente e con un livello medio di dignità e decoro ancora più basso. E allora il problema, da semplice problema, si trasforma in un letterale disastro. Perchè la guerra sorda tra parti politiche viene combattuta da soldati dotati di furbizia/malizia contadina, fondamentalmente sciocchi, invecchiati, con poca dignità e pochissime idee, e spesso con un grande quanto ridicolo senso di sé. Tali soldati possono osannare un capo per bisogno, far cadere un governo perchè qualcuno non li ha salutati, promuovere i peggiori solo perchè non li oscurano, dilettarsi nell’eterna e dispendiosa gara al miglior dileggio, far rivivere centri o destre o sinistre immaginarie per riesumare i morti e i caduti, saltare dal fascismo al partigianismo se la situazione lo permette, il pubblico tutto sommato lo concede e la tasca e la testa lo chiedono.

La nostra mediocre classe dirigente politica è in realtà tutta d’accordo e unanime sui principi qui sopra descritti ( con le poche anime salve che, ovviamente, esistono sempre ma sempre in insufficiente minoranza). Ed è a causa di questo tacito amalgama culturale-comportamentale di base che non c’è spazio nè per le differenze, né per le idee, né per la politics, prima ancora che per la policy. E’ tutto un gran teatro dal copione moderatamente condiviso da tutti, dove in una situazione quale quella delle ultime ore, si arriva quasi ad apprezzare (come ben scriveva Della Loggia sul “Corriere”) la presa di posizione di Silvio Berlusconi, unico ad agitare lo spettro delle elezioni, il bagno in una forza esterna diversa da quella delle sale di Montecitorio. Certo, Berlusconi, scultura del consenso televisivo-maccheronico, si rivolge al popolo in tono marcatamente demagogico-plebiscitario, ma è l’unico, davvero l’unico che agita ad oggi lo spettro esterno. Si lo spettro esterno. Questa politica ha in verità paura delle forze esterne, di quelle che ti costringono a fare i conti con qualche valore e magari anche spesso con la dignità. E quando parlo di esterno non mi riferisco principalmente al corpo elettorale ma alle forze economiche illuminate, agli studenti, alle menti lucide e pratiche, agli studiosi, alle università e agli intellettuali, specie a quelli meno condizionabili. Rispetto a questi i partiti hanno posto e pongono con costanza confini invalicabili, nel timore, anzi nell’orrore che deriverebbe da confronti e aperture vere.

Schemi e costumi nazionali si ripropongono perfettamente nelle più piccole stanze di piccoli e grandi imperi politico-partitici locali. E allora le evidenze, quelle che vengono dalle osservazioni ed esperienze quotidiane, ti fanno davvero porre tante domande, gonfie di sdegno. Come è possibile che dalla Sicilia alla Lombardia segretari e coordinatori di sezioni e pezzi di partito siano cosi spesso, troppo spesso, stupidi e dannatamente mediocri? Perchè i partiti, a cominciare dai livelli locali, non si pongono più il problema di come assicurarsi che almeno i propri diretti rappresentanti siano tra i più presentabili, brillanti e meritevoli della comunità? Perchè preferiscono passare inosservati? Io credo, al di là di tutti i macro-discorsi che possiamo fare sulla politica italiana, che il punto vero sia come arrivare a ricostruire partiti e sezioni che si lascino contaminare dalle energie locali e particolarmente da quelle migliori. Di come arrivare a fare dei partiti dei laboratori costanti che lavorano sulle questioni prioritarie per lo sviluppo locale e nazionale, indipendentemente dai tempi delle eterne campagne elettorali. Di come ancora fare in modo che segretari, coordinatori e rappresentanti eletti locali, facciano inorgoglire chi li ascolta e li vede operare, perchè riconosciuti quali prodotti più autentici e brillanti della comunità. Perchè hanno idee di sviluppo, perchè parlano e si esprimono con chiarezza, perchè hanno negli occhi una passione infinita.

Dunque, essendo, a mio dire, la crisi della nostra politica frutto di un tacito patto culturale-comportamentale di base, credo che solo nei partiti, centro imprescindibile della vita politica e istituzionale delle società moderne, possa confirgurarsi il germe di un cambiamento, attraverso un rinnovamento dei processi di partecipazione,organizzazione e selezione interna. Non vedo altra via che non sia questa e la vedo come una via drammaticamente in salita, anzitutto perchè richiede una operazione che potrebbe prestare i partiti coraggiosi a operazioni interne non democraticissime e fonte di sconfitte elettorali nel breve-medio termine. Perchè scegliere, candidare, riconoscere in base a quanto vali e non in base a quanti voti porti ovviamente, almeno in un primo momento, non è detto che ti faccia essere propriamente “democratico” e non è detto che ti faccia vincere…

Fino a che tutto questo non avvenga, a quelli che la Natura doto’ di passione vera per la politica e le sorti della gente, idee e acume, apertura, eleganza e rispetto il Fato destino’ per ora un’anarchica, disincantata, cruda attesa in riva al fiume…

Salvatore Scalzo


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